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Heineken Jammin’ Festival 2011 – Giorno 1 (Coldplay, Beady Eye, We Are Scientists, Echo & The Bunnymen) – 09/06/2011 Parco San Giuliano, Venezia

Dopo un lungo dilemma interiore per decidere se andare o meno a fare una capatina alla prima serata dell’edizione 2011 dell’Heineken Jammin’ Festival si è optato per il si. Da una parte c’era l’assoluta volontà di boicottare simbolicamente quello che quest’anno può tranquillamente essere definito il festival rock più ridicolo d’Europa, nonostante la disponibilità di una location, il Parco San Giuliano di Venezia, forse senza eguali. Dall’altra però, la tentazione di assistere ad uno show dei Coldplay quasi in prossimità dell’uscita del loro nuovo album, il quinto in studio, era forte e alla fine ha avuto la meglio.
Di certo, l’aver avuto la possibilità di avere il biglietto per la prima serata a 27,50 euro prevendita inclusa, al posto dei 64 previsti, è stata determinante nel rendere tale decisione definitiva.
Spendiamo 2 parole al riguardo, ad uso e consumo degli utenti che potranno magari beneficiarne in futuro: si tratta del servizio Jumpin che, a pochi giorni dall’evento, mette in vendita 1000 coupon per la serata del 9 giugno al prezzo di 27,50 invece dei 64 previsti. Decidiamo quindi di acquistarlo: registrazione e acquisto velocissimi, alla scadenza dell’offerta ci vengono comunicate precise informazioni per il ritiro del biglietto, per il quale “occorre recarsi all’ingresso Porta Rossa”. Arrivati li troviamo, bene in evidenza, lo sportello “ritiro biglietti Jumpin” e in 2 secondi netti completiamo l’operazione. Premesso che non siamo parenti del servizio indicato e non ci viene in tasca nulla, volevamo solo segnalare l’ottima esperienza d’acquisto, che ci ha peraltro fatto risparmiare parecchio, relativo ad una iniziativa del tipo di quelle che a volte destano parecchio scetticismo tra gli utenti.
Chiusa parentesi dei consigli per gli acquisti.

Causa impegni lavorativi che ci fanno ritardare la partenza e diluvio universale che ci accompagna mentre siamo in viaggio, all’altezza di Verona, arriviamo con un discreto ritardo sulla tabella di marcia che ci fa perdere tutto quello che c’è prima degli Echo and The Bunnymen, compresi. Della band di McCulloch e soci riusciamo solo a sentire un paio di pezzi in lontananza mentre percorriamo il tratto dall’ingresso del parco al palco, per cui dare anche solo uno stralcio di giudizio ci risulta impossibile.
Prendiamo una birra e ci portiamo in una posizione centrale e mediamente avanzata in attesa dei We Are Scientists, che siamo molto ansiosi di vedere alla prova. Scende il telone rosso e alle 17:05 iniziano la loro performance. Sul palco, Keith Murray, Chris Cain ed Andy Burrows, paiono da subito sciolti e senza temporeggiamenti inutili sfornano un pezzo dietro l’altro. Riescono ad ottenere una buona partecipazione del pubblico, grazie anche ad alcuni pezzi che in versione live suonano più “danzerecci” di quanto non lo siano su disco, come ad esempio I Don’t Bite, secondo pezzo dell’ultimo album Barbara, del 2010, suonato anche come secondo in scaletta, che dal vivo amplifica quella sensazione di pezzo in stile Franz Ferdinand che si ha ascoltandolo su disco. Risultato inevitabile è il dondolare, a tempo, della testa e delle spalle di buona parte dei presenti. I brani si susseguono veloci, come del resto è nella loro natura (il già citato Barbara riversa in 32 minuti scarsi ben 10 tracce) e i W.A.S li suonano con la giusta dose di determinazione che rende la performance convincente.
Terminano il loro show dopo 45 minuti, lasciandoci più che soddisfatti e con la sensazione che il pubblico, in generale, li abbia apprezzati molto più di quanto potessimo sinceramente aspettare, contando che dovevano vedersela con un pubblico alla ricerca di posti ravvicinati per le esibizioni dei Beady Eye dell’irriverente Liam prima e di Cesare Cremonini, che si colloca quasi ai loro antipodi musicali, poi. Purtroppo non trovano spazio alcuni dei brani che ci sarebbe particolarmente piaciuto sentire come “Cash cow” e “Ram it home”, ma non ne facciamo di certo una tragedia.

Le operazioni di cambio palco si svolgono velocemente e dopo una ventina di minuti appena, arrivano sul palco i Beady Eye. Reduce dalla loro apprezzabile performance all’Alcatraz di Milano parto con una buona dose di fiducia sul fatto che si possano ripetere. Liam, che a Milano si era presentato con una bandiera italiana legata al collo e l’aveva tenuta per tutto lo show, questa volta esce con un asciugamano bianco avvolto intorno al polso destro. Lo terrà anche questa volta per tutto il set, quasi sentisse, come un fumatore accanito che prova a smettere, l’esigenza di avere sempre qualcosa tra le mani ora che ha deciso di abbandonare il prima sempre presente tamburello.
L’inizio anche questa volta è affidato alla doppietta “Four letter word” e “Beatles and Stones” che però, se a Milano aveva infiammato gli animi dei fedelissimi presenti, non riesce nello stesso intento con il pubblico presente al Parco San Giuliano. La scaletta che propongono è la stessa dell’altra volta, mutilata di “For anyone” e “Wind up dream” ma con l’aggiunta di “Wigwam”, non eseguita all’Alcatraz come in nessuna delle date che la precedettero. I pezzi si susseguono ma l’atmosfera non è caldissima e Liam pare accorgersene invitando, a suo modo, il pubblico a partecipare con un “put your fuckin’ hands up”. Sebbene Andy, Gem e tutti in generale, offrano la solita performance tecnicamente solida e Liam confermi il buono stato di salute della sua voce dimostrato qualche mese fa (e, a quanto sentito dire, anche la sera prima a Firenze) lo show non riesce praticamente mai a decollare. Avendoli visti in entrambe le occasioni, arriviamo alla conclusione che i Beady Eye sono ancora in grado di offrire un valido e coinvolgente spettacolo in piccoli club davanti ad un pubblico ridotto, ma faticano, e non poco, ad entusiasmare durante un grande Festival. E se lo dice uno che all’HJF indossava una felpa della PrettyGreen ci si può serenamente credere.
Concludono dopo un’ora esatta in cui propongono, ad esclusione, come detto, di un paio di pezzi, tutto quello che hanno a disposizione, ovvero Different Gear Still Speeding. Intorno a noi sentiamo comunque anche diversi pareri positivi, che non spostano però di un millimetro il nostro giudizio.

Il successivo artista previsto in scaletta è Cesare Cremonini e, visto lo scarso interesse per la cosa, ne approfittiamo per fare un giro e ci spostiamo in direzione del secondo stage, sponsorizzato da RockTV. Mentre ci avviciniamo notiamo subito dei suoni che ci piacciono, quindi ci portiamo sotto palco per vedere l’esibizione di questa giovane band che scopriamo chiamarsi All About Kane. Belle melodie pop-rock e pezzi musicalmente ben riempiti che spesso vedono in azione ben 3 chitarre. Qualche tastiera e l’ottima interpretazione del cantante completano il tutto in modo molto convincente. Sono italiani ma non lo sembrano, soddisfacendo così il requisito di credibilità fondamentale per band nostrane che optano per la scelta della lingua inglese. Al termine abbiamo occasione di scambiare due chiacchiere proprio con il cantante, dal quale prendiamo anche il loro EP “Trails”. Quando gli chiediamo dei loro prossimi impegni ci dice che hanno qualche concerto dalle loro parti prima di prendersi una pausa e cosi scopriamo, con sorpresa, che le loro parti sono a mezz’ora di macchina dalle nostre parti. I saluti diventano quindi dei fiduciosi arrivederci. Ascoltando il disco in macchina al ritorno abbiamo la sensazione che qualche pezzo sia leggermente meno incisivo, restando comunque valido, rispetto a come hanno saputo proporlo in versione live. Essendo il disco del 2009, e fermo restando le qualità che hanno messo in mostra all’HJF, crediamo che possa esssere merito degli ulteriori progressi fatti dalla pubblicazione dell’EP in poi. A conferma di questa nostra sensazione, crediamo, anche il fatto che un paio di pezzi che hanno attirato in positivo la nostra attenzione ci dicono non essere presenti nell’EP in quanto nuovi. Ci aspettiamo quindi buone cose e gli facciamo i migliori auguri.

Torniamo a questo punto verso il main stage e ci riportiamo in posizione avanzata in attesa dei Coldplay.
Alle 21:35 inizia lo show. E parte subito in grande stile con l’intro affidata al motivo del film Ritorno al Futuro, idea che, da fan sfegatati della trilogia, ci piace. Giochi di luce e addirittura fuochi d’artificio fanno da coreografia, tutt’altro che spartana, all’inedito Hurts Like Heaven che apre le danze e fa pensare che ci sarà da divertirci.
A sorpresa (se non si era già guardata la setlist del Rock am Ring di pochi giorni fa) giocano subito al secondo pezzo la carta Yellow. Mossa che da una parte scalda subito il pubblico ai massimi livelli, dandogli la possibilità di sfogare ben presto la carica accumulata nell’attesa, che si stava discretamente prolungando; dall’altra suona come una dimostrazione di sicurezza nei confronti dei pezzi da proporre nel seguito. Non che ci fossero dubbi su questo punto ma “sparare” un pezzo di questa caratura in un festival, dove il pubblico è più eterogeneo rispetto un concerto “solo” (anche se in questo caso ben pochi erano li per “gli altri”), un po’ sorprende. Visto anche che, subito dopo, ci piazzano In My place, un altro dei loro pezzi più “universali”. Con il proseguire dell’esibizione abbiamo la conferma che la scelta non era casuale ne, tantomeno, sbagliata; la qualità dei pezzi che hanno a disposizione, infatti, risulta realmente incredibile e il livello di tutto lo show è talmente elevato che riesce difficile, oltre a trovare momenti di scarso spessore, praticamente inesistenti, anche trovare dei momenti particolarmente sopra le media da citare. Si può provare con la spettacolare versione di God Put A Smile Upon Your Face, farcita di psichedelia tanto sonora quanto visiva e supportata da una determinazione rara di Will Champion alla batteria. Oppure si può citare l’emozionante esecuzione di Viva la vida, in cui Chris Martin sfoggia tutto il suo repertorio di salti, piroette e colpi al cuore.
L’impressione è quella di una band sorprendentemente affiatata. Sia sul palco con Chris che, senza mai perdere la concentrazione, si concede spesso dei sorrisi genuini, segno che anche loro, la sopra, si stanno divertendo, sia musicalmente, con la chitarra di John Buckland e il basso di Guy Berryman che non si limitano a fare da comprimari alla voce e al carisma di Chris Martin o alla splendida batteria del già citato Will Champion, ma anzi concorrono attivamente alla costruzione di un suono che incanta, nel vero senso della parola. Il coinvolgimento del pubblico è davvero totale.
Sicuramente da citare, al termine di The Scientist (altra esecuzione da brividi), l’episodio in cui Chris, annunciando l’esecuzione di un brano nuovo, appartenente all’album che vedrà la luce dopo l’estate, si ricorda forse che poco prima di lui su quel palco era salito Liam Gallagher e si concede un “adesso facciamo una canzone nuova, spero vi piaccia…e se non vi piace fottetevi”. Seguito però subito da una sana risata. Il pezzo in questione, per dovere di cronaca, è un pezzo acustico dal titolo “Us against the world”.
Poco dopo aver tagliato il traguardo dell’ora di concerto arriva la pausa e, completamente immersi nell’atmosfera come siamo, non ci rendiamo conto di essere già quasi in dirittura d’arrivo. I bis partono forte con la magia pura di Clocks, durante la quale l’unica cosa possibile è socchiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalle note del coloratissimo piano forte di Chris Martin e cantare ogni singola parola insieme a lui e a tutta la folla. Neanche il tempo di lasciare che i brividi se ne vadano e parte Fix You, con Chris Martin che chiede a tutto pubblico di alzare i telefonini come si faceva, un tempo, con gli accendini. Per descrivere il pezzo l’unica parola che si può utilizzare è “indimenticabile”. In chiusura trova spazio il nuovo singolo anticipatore del disco, Every Teardrop is a Waterfall che, per l’imponenza musicale ed emotiva dei pezzi che lo precedono, passa quasi inosservato. Quello che non passa inosservato invece è il fatto che non trovino spazio i saluti al pubblico da parte della band, atteggiamento decisamente poco Coldplay che non viene preso per niente bene dal pubblico. Al punto che in molti non vogliono allontanarsi, convinti di una loro nuova uscita dal palco. Per un attimo ci crediamo anche noi, aggrappati al fatto che avrebbero ancora alcuni pezzi clamorosi da proporre, Trouble (davvero crudele nei nostri confronti non farla) su tutti, ma anche Speed of Sound, Talk, e via dicendo. Ma le luci restano accese, riparte la musica su disco e la batteria inizia ad essere smontata. Sono le 23:00 e, dopo solo 1 ora e 20 minuti, lo spettacolo è finito. Ci pare francamente poco per degli headliner dell’evento, che hanno sempre offerto performance oltre le 2 ore e mezza (Pearl Jam, R.E.M., ecc..). Ci viene il dubbio, vedendo che mediamente tutte le band hanno suonato poco rispetto alle edizioni precedenti(Cremonini, penultimo ad esibirsi, ha suonato solo per 1 ora), che sia stata una imposizione organizzativa.
Ad ogni modo, a prescindere dalla durata, abbiamo assistito ad un grandissimo show dei Coldplay. E questa era la sola che ci interessasse.

Scaletta Coldplay
Hurts Like Heaven
Yellow
In My Place
Major Minus
Lost!
Cemeteries of London
God Put A Smile Upon Your Face
Violet Hill
The Scientist
Us Against the World
Politik
Viva La Vida
Charlie Brown
Life Is For Living

Clocks
Fix You
Every Teardrop is a Waterfall

Scaletta Beady Eye
Four Letter Word
Beatles and Stones
Millionaire
The Roller
Bring the Light
Standing on the Edge of the Noise
Kill For A Dream
Three Ring Circus
The Beat Goes On
Man of Misery
The Morning Son
Wigwam
Sons of the Stage (World of Twist cover)

Scaletta We Are Scientists
Nice Guys
I Don’t Bite
Nobody Move, Nobody Get Hurt
Impatience
Let’s See It
Chick Lit
It’s a Hit
Pittsburgh
Dinosaurs
The Great Escape
After Hours

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