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Ricevuto e ascoltato: My Own Rush – Sogno Italiano


Artista: My Own Rush
Titolo: Sogno Italiano
Inviatoci da: DMB Music

Lente d’ingrandimento: Quello che si pone come una via di mezzo tra pop-rock e punk-rock, nelle sue versioni da quella più commerciale a quella più “alternativa”, è da sempre tra i generi prediletti dalle nuove proposte di casa nostra. In questo spazio si possono collocare anche i My Own Rush, giovane band proveniente da Novara che ha rilasciato, il 23 novembre scorso, il suo disco di debutto intitolato “Sogno Italiano”.
E’ un disco che affronta con semplicità e ironia, in modo pungente e senza scivolare eccessivamente nel banale, i problemi dell’italia di oggi. E lo fa ancora prima di essere inserito nell’impianto stereo: quella che ci arriva è infatti una confezione digipack con in copertina i componenti della band che con le loro magliette riprendono in modo esilarante gli stereotipi prìncipi del belpaese; come se non bastasse, al grido, quanto mai attuale, di “Nel paese del lavoro che non c’è, io col gratta e vinci devo insistere..”, hanno l’originale idea di inserire proprio un gratta vinci nelle prime 200 copie del disco, che potrebbe cosi diventare, anche se magari non musicalmente, il disco che ti cambia la vita.
Si presentano in formazione “tipica” con voce e chitarra, seconda chitarra, basso e batteria e, con il pezzo di apertura, tra schitarrate e inserti Sgarbiani, provano a fare una categorizzazione degli ascoltatori a cui il disco è rivolto o meno, dichiarandosi adatti per quanti fossero “troppo rock per il pop e troppo pop per il rock”. Sogno Italiano e Figlio del mio tempo possiedono, a livello di chitarra e batteria, le caratteristiche tipiche dei brani del genere e risultano nel complesso molto orecchiabili e con ritornelli che rimangono, già dai primi ascolti. Chitarra acustica e qualche percussione segnano invece un netto cambio di genere nell’ironica “serenata” Dolce Polly, nella quale la voce fuoricampo di una ragazza risponde con scarso entusiasmo ai versi smielati della canzone, con un finale che non può non strappare un sorriso. I due pezzi seguenti riprendono ancora in buona parte quella che è la struttura dei brani di apertura, anche se qui i testi risultano un po’ più scontati rispetto ai precedenti, mentre Serenata Rock è un altro pezzo che merita di essere menzionato, con il quale i My Own Rush dimostrano che quando abbandonano i canoni standard e imbracciano l’acustica sanno proporre qualcosa di valido. Nel finale aumentano un po’ il ritmo del loro punk-rock, partendo dal singolo apripista del disco, Una vita da onorevole, e chiudendo con l’energica e diretta Dad is calling out, l’unica traccia cantata in lingua inglese.
Si tratta di un disco che non inventa nulla ma non ha neanche la pretesa di farlo; pecca un po’ nel contenere diversi brani troppo simili tra loro che danno la sensazione di ripetitivo, ma nel complesso qualche ascolto completo glielo si da volentieri. Trattandosi di un disco d’esordio e, tenendo conto di quello che è il loro target dichiarato, possono comunque ritenersi soddisfatti.

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