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Considerazioni spicciole sul nuovo disco dei Crystal Castles

Sono arrivato ad un discreto numero di ascolti del nuovo album dei Crystal Castles, diciamo una quindicina, di cui quasi tutti molto attenti, ad eccezione di due o tre in cui l’avanzamento del disco non è stato altro che il classico sottofondo alle più svariate attività di cazzeggio; provo quindi a buttare giù quelle che sono state le mie impressioni. Lo faccio brevemente e in modo informale, visto che il disco è già stato recensito ufficialmente dal buon Anglese e non è che possiamo sempre star qua a parlare dei Crystal Castles.
Sebbene con l’aumentare degli ascolti le sensazioni migliorino, questo disco fin dall’inizio mi ha dato l’impressione di qualcosa di già abbondantemente sentito e mi ha fatto venire in mente di tutto, da estratti vari dalla discografia di Dj Shadow, di cui ai tempi ho fatto indigestione, ad un dj-set di Nathan Fake sentito al The Beach ai murazzi qualcosa come 5 anni fa.
L’album parte a mio avviso male, con Fainting Spells che sta a metà tra un intro e un brano vero e proprio finendo per non risultare nè uno nè l’altro. Fortunatamente segue Celestica, un gran bel pezzo che mette in risalto la voce di Alice, perchè subito dopo arriva Doe Deer, che definire inutile mi sembra ancora generoso, e l’ago della bilancia del giudizio inizia a pendere verso il negativo. L’alternanza con un brano molto valido si ripete grazie a Baptism, a mio avviso il migliore insieme a Vietnam, dove ancora una volta la differenza la fa la voce di Alice, proprio come è giusto che sia. Peccato che nel disco, questa che dovrebbe essere la marcia in più del duo, non venga sfruttata a dovere, essendo utilizzata nel complesso poco e spesso male, con snaturazioni eccessive. Crystal Castles II (anche cambiare titoli agli album potrebbe essere un’idea) continua così, con poche idee e tutt’altro che originali che, in un genere non proprio inesplorato come l’elettronica dove, anzi, è molto difficile emergere veramente, finiscono per ridimensionare il progetto del duo canadese al rango di “uno tra tanti”. Il risultato è un lavoro che mi convince poco, e mi suona come un qualcosa da ascoltare qualche volta in macchina e poi accantonare dopo poco. Nel finale c’è un ritorno alle “atmosfere” da videogame culto anni 80 (tanto care al loro primo lavoro) in Intimate, che precede la chiusura con I Am Made Of Chalk che ci sta, essendo forse il pezzo che meglio di tutti sta nel posto in cui è stato messo.
In conclusione, purtroppo per i Crystal Castles il look (di lei) non basta ma devono trovare davvero qualcosa di originale se vorranno ancora far parlare di sè negli anni a venire, in caso contrario temo che, una volta passata la sbornia post copertina del NME, saranno presto dimenticati.

Se dovessi dare un voto, direi 5,5.

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