Il kit del perfetto fanatico di Ludlum, e del parto della sua fantasia, Jason Bourne, è arrivato oggi pomeriggio. Domani mattina parto con la lettura del primo episodio.
L’acquisto su ibs è stato perfetto: semplice, economico e con consegna rapidissima.
Quando mi viene il pallino di una cosa, è la fine. Quindi, appena terminato il post precedente, sono andato su ibs e mi son ordinato i 3 libri della trilogia di Jason Bourne di Ludlum: Un nome senza volto (The Bourne Identity) Doppio inganno (The Bourne Supremacy) Il ritorno dello sciacallo (The Bourne Ultimatum)
Poi ho scoperto, con grande soddisfazione, che di “Laboratorio mortale” è uscito un film tv in due puntate che poi è diventato anche dvd e quindi non ho potuto assolutamente fare a meno di prendere pure quello.
Costo dell’operazione 34 euro: 19 i 3 libri, 11 il dvd e 4 la spedizione. Ora non mi resta che mettermi in trepidante attesa.
Codice Altman, è un altro di quei libri usciti dopo la morte del mitico Robert Ludlum che vengono classificati, da wikipedia inglese, sotto la voce “written by other authors, supposedly based on unpublished material by Robert Ludlum”(*), e che, come “Laboratorio Mortale“, appartiene alla serie dedicata a Covert-One, l’agenzia super segreta al diretto servizio del presidente, alla quale appartiene l’agente Jon Smith che, da queste parti, sta diventando ormai un vero e proprio mito. La decisione di leggere questo è stata dettata dal fatto che il libro sopracitato, “Laboratorio Mortale”, è stato il libro che più di ogni altro mi ha appassionato, coinvolto e attaccato con il naso alle pagine, arrivando fino al punto di farmi presentare in ritardo a tavola per la cena per poter arrivare alla fine del capitolo, e non sto scherzando. Le pagine di “Laboratorio Mortale” sono 499 e, allora, se ne erano andate in qualcosa come 3 giorni e mezzo, 4 al massimo.
Premesso questo, “Codice Altman” non è riuscito nell’intento di fare lo stesso: non mi è dispiaciuto, anzi, si fa leggere tranquillamente, la storia è comunque fluida, i personaggi e i loro ruoli ben definiti e il libro, anche nelle parti meno frenetiche, non annoia mai. Però mi è mancato proprio quello stimolo di correre a perdifiato verso la fine, e quella voglia di non chiudere mai il libro e di andare avanti a leggere che l’altro invece mi aveva inculcato. Forse, per un appassionato lettore di Ludlum, risulta a volte un po’ prevedibile; in alcune parti, leggendo, mi sono proiettato in avanti con la mente ad immaginare quello che sarebbe successo nelle pagine successive e spesso l’idea si è poi rivelata, almeno in parte, esatta. Ma anche quando questo è accaduto la lettura non ne ha risentito ed è rimasta piacevole.
A chi piace il genere mi sento di consigliarlo, anche perchè, nonostante quanto detto, penso che difficilmente riuscirò ad avere un giudizio negativo su un libro di Ludlum o su cui, in un modo o nell’altro, c’è il suo zampino. La differenza di giudizio in questi casi, per me, sta nel fatto se riesco a leggerlo in 3-4 giorni come “Laboratorio Mortale” o in una dozzina come questo “Codice Altman”, che per dovere di cronaca ha all’attivo qualche pagina in più, 626.
Aggiungo solo che anche per questa serie di Jon Smith e Covert-One ci vedrei davvero bene una controparte cinematografica alla Jason Bourne, anche se devo tristemente ammettere che i libri della trilogia Bourne, di Ludlum, mi mancano ancora, e mi sono promesso che li avrei letti tutti non appena terminato questo. Quindi al più presto rimedio a questa lacuna. I film invece, visti tutti e 3, li ho trovati spettacolari all’ennesima potenza.
(*) ibs invece lo definisce come “messo a punto da Robert Ludlum nei mesi che hanno preceduto la sua morte, e portato a termine da Gayle Lynds”.
Precisiamo subito che è stata una delle rarissime volte in cui sono riuscito ad arrivare con un buon anticipo ad un concerto. In teoria la cosa non dovrebbe essere rilevante, a meno che il gruppo in questione non siano i Babyshambles. Mi spiego: siamo arrivati che saranno state le 19:30 e, dopo aver venduto al volo il biglietto di un’amica che all’ultimo non è venuta e fatto 10-15 insignificanti minuti di coda, nonostante il volume della folla già presente fuori, siamo entrati, trovando una sorpresa: il locale praticamente deserto ed il gruppo già sul palco. Il primo immediato ed istintivo pensiero è stato: ma che cazzo stanno facendo?! Poi abbiamo realizzato: erano impegnati in una pre-esibizione, o più semplicemente un soundcheck a detta di altri, in cui hanno trovato spazio diversi pezzi dei Libertines, e che abbiamo potuto goderci a distanza di un metro dal palco, in compagnia di altre, boh, penso 200, persone al massimo. Iniziativa lodevole, molto apprezzata, che quantomeno ripaga alla grande i “fedelissimi” di eventuali estenuanti code e attese. Dopo tale parentesi, si sono allontanati lasciando spazio al gruppo spalla, che tutto sommato non mi è dispiaciuto. Poi il loro ritorno, deciso, con “Delivery” ad aprire lo show per tastare l’energia di un pubblico che non ha fatto nulla per nascondere la voglia di vederli all’opera (anche se forse si potrebbe quasi parlare al singolare, vederlo all’opera). A seguire, come previsto ovviamente, una raffica di pezzi del nuovo album tra i quali, a mio avviso, per impatto, si è distinto “Side of the road” che ha dato vita a secondi di puro delirio sparso a 360 gradi in tutto il locale. Delirio in seguito addirittura superato durante l’esecuzione di “Pipedown”, canzone che già in album mi piace moltissimo e che dal vivo ha fatto veramente la differenza.
La presenza scenica di Pete, che ha dimostrato, casomai ce ne fosse bisogno, di essere un ottimo frontman, si è fatta notare, e non solo per i lanci di affetti personali, la raccolta di oggetti lanciati dal pubblico e buffi siparietti di Happy Birthday dedicati ad una ragazza della prima fila. Mi hanno stupito anche la pulizia e la precisione del suono; infatti, non so perchè ma ero un po’ diffidente per quanto riguardava questo aspetto, invece mi son dovuto ricredere: sono stati veramente bravi. Questo dovuto anche al fatto che, a differenza del concerto dei BRMC, questa volta ero in ottima posizione e ho potuto confermare l’ottimo giudizio che avevo sempre avuto sul Rolling Stone: quello di un gran bel locale, piccolo, intimo e dove si vede e si sente da dio. “Albion”, canzone che per me ha pochi rivali a livello assoluto, è stata da pelle d’oca, e il finale con “Fuck Forever” è difficile da spiegare a parole; bisognava proprio esserci. Quindi è inutile dilungarsi oltre, ed è forse meglio lasciare spazio ai bei video di queste due canzoni che sono riuscito a realizzare, e chiudere dicendo che è stato un concerto assolutamente meritevole. Grandi Babyshambles, grande Pete.
Fuck Forever*
Albion
* ll video di Fuck Forever, grazie alle vostre visualizzazioni, commenti, voti e preferenze, il giorno dopo al concerto ha ottenuto dei numeri di tutto rispetto. Grazie.